Antonio Izzo
Friday 06 February 2015
La Mappa e il Tesoro

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E questo è, alla fine, un modo possibile di raccontare l’esperienza di Liminaria. Esplorare il Fortore, leggerlo ed interpretarlo, ed in ciò ricrearlo, cercando punti di vista inusuali, seguendo la traccia dei suoni, le suggestioni dei sapori, la dimensione più intima del rapporto tra le persone ed i luoghi e su questa lettura fondare una nuova narrazione del territorio, che si aggiunga a tutte le altre già tentate e che ne stimoli di nuove e diverse.

“[…]In quell’Impero, l’Arte della Cartografia giunse a una tal Perfezione che la Mappa di una sola Provincia occupava tutta una Città, e la mappa dell’impero tutta una Provincia. Col tempo, queste Mappe smisurate non bastarono più. I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso. Ma le Generazioni Seguenti, meno portate allo Studio della cartografia, pensarono che questa Mappa enorme era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non c’è altra reliquia delle Discipline Geografiche“.
(Suárez Miranda, Viajes de varones prudentes, libro IV, cap. XIV, Lérida, 1658).

Abituati all’invadenza dei satelliti, anestetizzati dalla facilità di richiamare su uno schermo l’immagine di qualunque angolo della Terra, abbiamo forse perduto la capacità di meravigliarci di fronte a quell’oggetto di altri tempi che è la mappa, di indagarne il rapporto complesso con il territorio che essa rappresenta.

Per innumerevoli generazioni la mappa è stata non soltanto uno strumento pratico, usato per navigare, per combattere, per commerciare, ma anche una dichiarazione di fede cosmologica. Ciò perché ogni mappa, da quelle antiche alle più moderne, non ci parla tanto del mondo come esso è, quanto di come noi lo conosciamo, di come lo rappresentiamo nella nostra mente. Per questo il cartografo ha popolato di isole e mostri marini la monotonia dei vasti oceani; postulato draghi, o leoni, o unicorni, atterrito dalle vaste espansioni di pergamena vergine, appena oltre i confini del mondo conosciuto.

Oppure, mentre la candela gettava gli ultimi lampi, si è infine convinto che Plinio il Vecchio e Sir John de Mandeville non erano degli stolti; che i marinai non possono essere tutti bugiardi; che Platone non si sarebbe mai fatto menare per il naso dai sacerdoti egizi. E che non importava che nessuno avesse mai davvero visto un Blemma, che il Kraken crescesse insieme al rum bevuto o che Atlantide fosse, alla fine, sprofondata: da qualche parte, nel vasto ed ignoto mondo, queste cose, di cui tutti parlavano, che affollavano biblioteche e bestiari, dovevano pur trovarsi e il semplice, contingente fatto di non sapere esattamente dove non poteva certo impedire ad una mappa fedele di rappresentarle. Meglio peccare di imprecisione che di omissione e se queste, e tante altre, meraviglie non si trovavano nel mondo conosciuto, a maggior ragione dovevano albergare in quello sconosciuto.

Disegnare una mappa significa dire qualcosa sul mondo, così come esso ci appare o, talora, come esso si ostina a non essere. Nel cuore cartografo, nel serpeggiare dei suoi fiumi, nell’accenno di ombra delle sue montagne, nella incrollabile certezza dei confini che traccia, non vi è solo un anelito di fedeltà, ma anche l’affermazione di una precisa idea di mondo.

Ciò facendo i conti con il fatto che il mondo è, in realtà, ineffabile: Esso stesso si dice, e solo Esso si può dire. Impossibile da rappresentare, da cogliere attraverso un solo sguardo, il mondo si presta, tuttavia, ad essere letto, srotolato come un papiro, sfogliato come un libro. Possiamo percorrerlo frase dopo frase, pagina dopo pagina, serbando una memoria elementare di quanto già letto ed anticipando in qualche misura le parole che troveremo più avanti, ma sempre sperimentandone in modo approfondito (ma non certo completo) soltanto il breve frammento che sta direttamente davanti ai nostri occhi.

Ed in effetti, da secoli pensiamo al mondo come ad un libro. In epoca medievale il mondo era un libro scritto dalla mano di Dio: questi aveva ordinato il Cosmo e dettato la Bibbia, e i deu libri esprimevano la sola ed unica volontà divina. E quindi il mondo si prestava, in quanto testo divino, alla lettura ed all’interpretazione al pari della Bibbia e di concerto con essa. Il Medioevo conosceva ed accettava l’idea che un testo potesse avere più significati: lo aveva appreso dalla cultura ellenistica e ne aveva fatto il cardine dell’esegesi biblica, tramite Giovanni Cassiano, Agostino, Gregorio Magno, Beda, Pietro Cogestore, Ugo da San Vittore, Tommaso. Il libro del mondo, pur se il suo disegno generale e il lavorio delle sue cause occulte era visto, nel migliore dei casi, per speculum in aenigmate, era completamento e conferma della Scrittura. Frutto della perfetta volontà divina, misterioso ma non casuale, imperscrutabile ma ordinato, il mondo era forse incomprensibile, ma la sua apparenza e le sue vicende potevano essere lette in senso letterale, metaforico, analogico ed anagogico, proprio come i testi sacri, concorrendo con essi a mostrare agli uomini il disegno divino.

Ma c’è un altro modo di leggere le Scritture: la Tzeruf, la Permutazione. La Cabala estatica sfrutta il fatto che il testo ebraico non rappresenta le vocali, così che lo stesso gruppo di consonanti può essere completato in maniera diversa; e, se non bastasse, si può sempre modificare l’ordine delle consonanti. La Parola è, dunque, un messaggio aperto, interpretabile attraverso un’operazione di sgranatura, di smontaggio e riorganizzazione che pone l’interprete, la sua ispirazione, la sua pazienza, la sua fede nello sperimentare permutazioni, interpolazioni, modulazioni, al centro di un processo di (ri-)creazione infinita.

Il mondo, nella tradizione giudaico-cristiana è frutto di un atto di creazione, e non di un atto qualunque: Dio parla, il mondo viene in esistenza perché, nel caos primordiale la divinità pronuncia delle parole. Riformulare la scrittura è, in definitiva, un modo per riordinare il cosmo, per assumere potere sui suoi processi, per indirizzarne lo sviluppo. Del resto, il legame tra mondo e parola, l’idea che si possano produrre effetti materiali pronunciando le giuste formule non è confinata ai mistici ebraici. Il carmen latino è, in primo luogo, parola solenne, rituale, con funzioni propiziatorie; gli inglesi usano la stessa parola di origine germanica, spell, per “compitare” e per “incantesimo”. E lo stesso termine “incantesimo” rinvia a “canto”, così come charme riprende carmen. Insomma, il rapporto tra parola e mondo, la reciproca influenza tra di essi, è un concetto che ricorre per secoli nell’occidente (ma non solo: basti penare al concetto di parola tabù che ricorre in innumerevoli culture).

Il mondo moderno è figlio della rivoluzione scientifica, dell’idea di sperimentazione, verificabilità: di un’immagine del mondo quale meccanismo rigoroso ed impassibile di orologio. Eppure, l’idea del mondo come libro è così forte, così pervasiva, che lo stesso fondatore della scienza moderna, quando deve esprimere il proprio pensiero sul modo in cui si deve indagare sul mondo, parla di “questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi”. Invoca un metodo nuovo, la matematica, la geometria, la verifica, ma per farlo non può che ricorrere ad una metafora che ha radici antichissime affondate nel misticismo e nella Tradizione.

La mappa dell’Impero ci provoca un senso di vertigine perché ne intuiamo la mostruosa impossibilità: per un essere umano, rappresentare un territorio e tutto ciò che vi si trova è un proposito futile ancor prima che irrealizzabile. La stessa vertigine ci coglie di fronte ad un altra immagine di Borges: la sterminata, forse infinita, serie di esagoni della biblioteca di Babele, nella quale si può spendere la vita senza mai incontrare un volume con una sola frase di senso compiuto. La coincidenza di questi sentimenti non è casuale: la mappa in scala uno a uno e la biblioteca infinita sono due immagini del medesimo incubo: l’idea di poter rappresentare il mondo in tutta la sua complessità, vuoi con la parola, vuoi con il disegno, di dire, o disegnare, tutto ciò che può essere detto sul mondo. Il misericordioso limite della nostra comprensione ci preclude l’accesso a simili mostri.

Ciò che possiamo fare, ciò che costantemente facciamo, è produrre ed utilizzare rappresentazioni parziali, mappe ridotte, racconti circoscritti: glosse, scolii, marginalia che tracciamo con mano incerta. Soprattutto, possiamo leggere il gran libro del mondo e coglierne i molteplici (ben più di quattro) sensi. Giacché il senso del testo dipende, in buona misura dal lettore: senza lettore un testo è solo un fenomeno del mondo fisico, non è un messaggio, non comunica nulla. La comunicazione avviene solo quando si stabilisce un canale, quando vi è un ricevente che corrisponde all’emittente e che, elaborando il messaggio, porti a compimento il processo. Ma ciascun lettore è, inevitabilmente, unico e tale unicità si riflette nel modo in cui si pone in relazione al testo; e quanto più il testo è complesso, polisemico, ambiguo, tanto più l’identità del lettore influisce sull’esito della trasmissione del messaggio e ciascun lettore produrrà un’interpretazione differente. Così sono i classici: opere in grado di superare generazioni e confini, di stimolare lettori completamente diversi tra loro, di invitarmi ad interpretazioni sempre nuove.

E così è il mondo. La bellezza è nell’occhio di chi guarda. Del mondo si possono fornire innumerevoli letture: che alcune di esse possano essere confutate, che esistano validi argomenti per rifiutare alcune interpretazioni è meno importante del fatto che tali letture possano essere concepite. Perché quello che non è sostenibile secondo la scienza, che è discutibile dal punto di vista filologico, può sempre trovare una propria giustificazione sul piano estetico: l’arte ci dice sul mondo qualcosa che non sapevamo prima, lo legge in un modo mai esplorato in precedenza, permuta le lettere del testo e ne trae significati nuovi. E anche la lettura più sbagliata, più folle, anche la teoria più balzana vale, quanto meno, a dimostrare la propria impossibilità e, confutando se stessa aumenta il novero delle cose che sappiamo.

Giocare al gioco delle permutazioni, mescolare le lettere, le parole, i luoghi e, da questo miscuglio, da questo caos, far scaturire narrazioni nuove, storie da raccontare ed ascoltare. Come i tarocchi nel “Castello dei destini incrociati”, mescolando le carte del territorio, si possono generare infinite storie, con un processo che è allo stesso tempo lettura e scrittura, scoperta e creazione, osservazione e rappresentazione.

E questo è, alla fine, un modo possibile di raccontare l’esperienza di Liminaria. Esplorare il Fortore, leggerlo ed interpretarlo, ed in ciò ricrearlo, cercando punti di vista inusuali, seguendo la traccia dei suoni, le suggestioni dei sapori, la dimensione più intima del rapporto tra le persone ed i luoghi e su questa lettura fondare una nuova narrazione del territorio, che si aggiunga a tutte le altre già tentate e che ne stimoli di nuove e diverse. Far incontrare ricerca ed arte, le estetiche digitali e la tradizione, i media moderni ed i saperi antichi. Per disegnare, per raccontare una mappa (molte mappe) del Fortore a metà strada tra quelle moderne, precise e rigorose e quelle antiche, impreziosite non solo da disegni ed incisioni, ma anche da un “Hic sunt leones” che segna, accanto ai luoghi reali, il luogo dell’immaginazione, della scoperta, della costruzione del futuro.