Dolciario di bordo: Palacrock

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Caro dolciario,

c’è una parola a cui non riesco a smettere di pensare: Palacrok.

Sì, l’auditorium di San Marco dei Cavoti in cui nome si deve, evidentemente, a Willy Wonka o a quella sdolcinatona di Nonna Papera. Eh già, perché il suffisso -crok sta per croccantino, la summa teologiae del torrone, la vetta del mandorlato per cui ci sarà sempre posto, nello stomaco, in qualsiasi momento dell’esistenza. Senza vergogna.

Sempre –in questo caso- vuol dire realmente sempre (lo giuro!) e, anche dopo i lunghi tour de force gastronatalizi, non potrà mai mancare un angolo della pancia ancora libero e a forma rettangolare e croccantinica.

Il Palacrok: un’ossessione, un miraggio, una crasi tra il territorio dell’architettura e quello dolciario, una grande confezione di torrone in cemento ocra anni Ottanta, una scatola sbiadita con un nome immaginifico. Magnifico.

E se pala, poi, stesse per palato piuttosto che per palazzo? Perché questo nome?

Spesso la ragione ha delle ragioni che il palato non comprende.

Ma il Palacrok, già Palazeppola- così chiamato dagli autoctoni perché edificato in una zona di produzione industriale di nubi di fritto in serate festive- è impassibile al tempo e alle mode alimentari. Color sabbia, ha la faccia da scirocco e rinvia all’epoca delle cabine telefoniche, dei discopub e degli zaini Invicta.

Che ci fai tu lì, Palacrok, dimmi che fai?

La notte, sogno di oltrepassare la soglia del suo ingresso color cassatina. Il giorno, intimidita, riesco a malapena a guardarlo da lontano.

Verrà il giorno in cui avrò il coraggio di infilarmi in un croccantino di qualche decennio fa e sarà, sicuramente, dopo un infinito pranzo di Natale.